Il recentissimo rendiconto 2025 dell’INPS sull’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro italiano ci consegna un quadro che, purtroppo, non sorprende ma allarma.
Pubblicato nei primi mesi del 2026, questo documento analizza dati previdenziali e contributivi del 2024, evidenziando i principali passaggi di una realtà ancora lontana dalla parità rispetto a tasso di occupazione, retribuzioni, partecipazione delle donne alle posizioni di vertice nel mondo del lavoro. Gap che persistono nonostante i progressi in istruzione.
Partiamo dai numeri base. Nel 2025, la popolazione italiana conta 58,9 milioni di abitanti, con donne al 51,1% (30,1 milioni) e maschi al 48,9% (28,9 milioni), seguendo la tendenza europea che si attesta attorno al 52% per le donne e 48% circa per gli uomini.
Il tasso di occupazione 2024 registra un 53,3% per le donne a fronte di un 71,1% per gli uomini, con un gap del 17,8%.
Con riferimento ai lavoratori assicurati alle gestioni previdenziali INPS (privato, pubblico, autonomi, agricoli, domestici) nel 2024 le donne rappresentano circa il 42-45% dei lavoratori censiti, concentrate in pubblico e domestico; gli uomini il 55-58%, dominanti in autonomi e privato. Risultano invece prevalenti nell’ universo degli inattivi e NEET.
I dati INPS dicono di donne sovrarappresentate nei settori low-pay come cura e commercio, sottorappresentate in quelli ad alto valore aggiunto.
Con riferimento alle assunzioni a tempo indeterminato, si registra una prevalenza maschile (63,3%) a fronte di un 36,7% di donne. Queste ultime rappresentano il 67,2% sul totale part-time.
Le retribuzioni medie giornaliere mostrano un divario significativo: nei privati, le donne guadagnano meno in tutti i settori ( 20-30% medi). Nel pubblico, simile disparità persiste, aggravata dal part-time femminile più diffuso.
Il gap retributivo complessivo supera il 25% nel mercato del lavoro. Nel settore privato, la retribuzione media giornaliera è di 63,89 euro per le donne contro 92,95 euro per gli uomini (gap 31,26%). Nel pubblico, si attesta a 110,53 euro per le donne contro i 137,04 euro per gli uomini (gap 19,34%).
In alcuni settori specifici si rilevano dei picchi significativi: 31,7% nelle attività finanziarie/assicurative, 23,6% nel commercio, 19,7% nella manifattura.
Passando alla questione contributiva, i contributi INPS riflettono carriere discontinue per le donne a seguito di fruizione di maternità e congedi, accumulando così meno anni contributivi. Negli ammortizzatori, prevalgono nelle NASpI e DIS-COLL.
Per quanto concerne i ruoli rappresentati le donne si confermano sottorappresentate in ruoli apicali, concentrate nei comparti domestico e pubblico, mentre gli uomini dominano il privato e l’artigianato.
Il rendiconto evidenzia divari pensionistici strutturali legati a carriere lavorative discontinue e retribuzioni inferiori per le donne.
Maternità, congedi parentali e cura familiare riducono gli anni contributivi medi delle donne di 5-7 anni rispetto agli uomini.
Le donne ricevono pensioni medie inferiori, con un gap che raggiunge il 44,2% nelle pensioni di vecchiaia e prevalgono in pensioni minime o assistenziali (64%) con una media di 750 euro mensili.
Questo in sintesi. Dati inclementi che dovrebbero dire tanto a quanti affermano che la Festa della Donna non abbia più motivo di esistere.
Questi dati urlano il contrario: i gap significativi tra uomini e donne – retributivi, contributivi, pensionistici –, ancora più drammatici nel nostro Mezzogiorno, confermano che la parità è ancora un miraggio, non una realtà.
Dati alla mano, è tempo di agire: bilateralità rafforzata, congedi parentali equi, incentivi fiscali per carriere femminili, cultura di genere. Perché la parità non è un lusso, è giustizia sociale.
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